Coltivazione cannabis indoor

Perché importiamo la Cannabis dall'estero?

Che rapporto storico esiste fra l’Italia e la cannabis?

In alcune aree rurali d’Italia (molto diffusamente in Emilia Romagna) è ancora possibile ammirare i “maceri”: bugne rettangolari impermeabilizzate di medio-grandi dimensioni, ricavate ai margini dei campi un tempo destinati alla coltivazione di varietà di canapa. In questi “laghetti” la canapa veniva immersa, dopo il raccolto, per la macerazione.


In seguito al ben noto divieto di coltivazione di tutti i generi di cannabis del ventesimo secolo, l’agricoltura ha dovuto necessariamente adeguarsi e riconvertire le colture, ma molti agricoltori hanno scelto di tenere quei maceri (rinunciando, è il caso di sottolinearlo, a porzioni di terra coltivabile) come spettacolare ricordo di tempi andati.
Oggi si stenta a crederlo, ma fino ai primi decenni del secolo scorso la coltivazione della canapa in Italia mobilitava un’enormità di posti di lavoro e costituiva un grande indotto economico per il Paese. Anzi: per essere precisi fino agli anni ’50 l’Italia era il secondo maggior produttore al mondo di canapa (dietro alla non piccola Unione Sovietica!). Una produzione di canapa “industriale”.


Le rese per ettaro che il terreno e il clima italiano offrivano (e potrebbero offrire tutt’oggi) non avevano termini di paragone in nessun altro Paese dedito alla coltivazione di cannabis. A partire per lo meno dal XIV secolo producevamo così tanta canapa da poterne esportare in tutto il mondo, e uno dei nostri più affezionati clienti era la Royal Navy dei sovrani britannici, niente meno.
La canapa veniva coltivata massivamente e conferita per la lavorazione della fibra al fine di ottenere stoffe tessili, funi e altri prodotti e materiali di prima necessità. In particolare, dalla varietà denominata carmagnola si otteneva una fibra di altissima qualità. Gli scarti della lavorazione costituivano altresì un succedaneo del (costoso) tabacco, apprezzato dalle classi più povere.


Inoltre, nelle farmacie, fin dalla fine del 1800 era possibile acquistare medicinali a base di cannabis, estratto di canapa, sigaretti [sic!] di canapa, e ci fu addirittura un medico persuaso della virtù della cannabis che allestì un gabinetto di inalazione a beneficio degli asmatici.
Nel giro di venticinque anni tutto questo è stato spazzato via.
Un primo duro colpo la cannabis italiana l’ha subito con l’arrivo della fibra sintetica, che in un periodo storico lungi da scrupoli ambientalistici risultava più economica e di più rapida produzione. In contemporanea, il governo italiano si allineava a una convenzione internazionale denominata Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti, che prevedeva il bando mondiale (anche) della canapa entro venticinque anni.


La mazzata finale arrivò negli anni ’70, quando il consumo della cannabis venne sbrigativamente e opportunisticamente associato alle rivolte in atto all’epoca (culturali e non) e quindi a una pericolosa degenerazione sociale. E’ del 1975 la famosa Legge Cossiga sugli stupefacenti , che di fatto pose una pietra tombale sugli ultimi ettari ancora coltivati a cannabis.


Questa, che ci sembrava una premessa d’obbligo, costituisce un punto di partenza imprescindibile per esaminare e farci un’opinione circa la sconcertante verità annunciata dal titolo di questo pezzo, ovvero che attualmente noi… importiamo cannabis!


Qual è la situazione attuale sull’importazione di cannabis?

Certo: alla luce di quanto detto fino ad ora suona un po’ come se Cuba importasse rhum, tuttavia è esattamente così. Grottesco ma vero.
Questa paradossale situazione è il frutto di due fronti “etici” che stanno avanzando a due diverse velocità: da un lato gli italiani si stanno rendendo conto che la cannabis light non può in alcun modo costituire un pericolo sociale e che le varie specie di marijuana possono essere di grande aiuto per persone affette da una serie di patologie.
Questo lo dobbiamo anche alla Ministra Livia Turco, che nel 1997 firmò un decreto che riconosceva l’efficacia terapeutica del THC. Si cominciò a parlare ufficialmente di “cannabis terapeutica”.


Ma dall’altro lato c’è un fortissimo attaccamento allo stereotipo che la cannabis sia quantomeno l’anticamera delle droghe pesanti, e un netto rifiuto ad accettare la responsabilità collettiva della liberalizzazione.
Ciò si traduce in uno Stato che ammette l’utilità della cannabis, ma rifiuta di assumersi la responsabilità collettiva della liberalizzazione e tentenna persino nell’organizzare una produzione consapevole di cannabis ad uso terapeutico.
Se a questo aggiungiamo che è di poche settimane fa una inaspettata esternazione del nostro Ministro degli Interni che ha promesso/minacciato (a seconda del punto di vista) di tornare indietro e chiudere alla cannabis light, la confusione è completa.


Nel Dicembre del 2017 il Parlamento Italiano ha approvato la legge 172, che contiene una norma che prevede autonomia decisionale alle regioni in merito all’utilizzo della marijuana a scopi terapeutici. Per questo motivo, nel 2018 lo Stato ha ordinato dall’estero (dall’Olanda, pensa un po’) cento chili di marijuana per fare fronte alle probabili domande di impiego.
Nonostante esistano (pochi) stabilimenti dove si coltivi marijuana sotto lo stretto controllo delle Forze dell’Ordine, siamo lungi dall’essere autonomi nella produzione che possa far fronte alle richieste, e i nostri pazienti lamentano difficoltà nell’aver accesso alle cure gratuite quando si tratta di cannabis.


Nel 2018 la regione Lombardia in particolare ha evidenziato tramite il Consiglio Regionale l’imbarazzante situazione di non poter far fronte alla domanda di marijuana per le terapie a causa della mancanza di materia prima in un’area, quella della pianura padana, che avrebbe tutte le condizioni ambientali e strutturali, il know how e la forza lavoro disoccupata necessari a una produzione autoctona.
Anche a prescindere da polemiche legate alla “cannabis legale”, l’eventualità di coltivare la “canapa italiana” non è ovviamente una questione sciovinista: le motivazioni sarebbero davvero tante: economiche, ambientali, qualitative e… di prestigio!


Innanzitutto il via libera assorbirebbe una parte della forza lavoro nazionale disoccupata, e riaccenderebbe di nuovo un’economia troppo a lungo sopita. In questo senso il precedente della cannabis light è illuminante: appena l’Italia ha concesso la vendita anche al dettaglio di cannabis light sono stati in molti coloro che si sono buttati nel nascente business (e che alla luce delle succitate esternazioni del Ministero degli Interni si sono giustamente messi in agitazione).
Secondariamente, in un’epoca in cui si parla dell’importanza della filiera corta, perché mai inquinare con camion o aerei che vengono dall’altra parte del continente per portarci un’erba che qui crescerebbe benissimo? Inoltre sempre la filiera corta è garanzia di un controllo diretto della qualità (senza nulla voler togliere alla perizia degli olandesi in materia, per carità) di un prodotto destinato a uso medico.


E poi c’è anche la questione legata al prestigio sociale: dopo tanti secoli all’apice della classifica dei produttori, perché non riprendersi questa eccellenza italiana?
E dunque non c’è un vero e proprio motivo per cui non produciamo tutta la cannabis che ci occorre, se non che spalancare le porte a una produzione di cannabis seriale potrebbe risultare tutt’oggi una decisione impopolare, in un Paese ancora aggrappato a vecchi tabù, e a stereotipi che non vuole mettere alla prova.


Per il 2019 l’Olanda ha accettato la richiesta del Governo Italiano di aumentare la quantità a 700 Kg. Le aziende farmaceutiche autorizzate all’acquisto la pagano la bellezza di 6 euro al grammo + IVA: circa sei milioni di euro per sette quintali d’erba. Al confronto Pablo Escobar era Babbo Natale.


Facciamo un esempio un po’ provocatorio: premesso che i prezzi variano a seconda della tecnologia, una grow box da 2.5 mq dotata della più sofisticata componentistica per illuminazione e idratazione costa circa 3.000 euro, e permette di raccogliere circa 6 Kg di erba l’anno. Facendo dei conti approssimativi con circa 500.000 euro di spesa (compresi i consumi) si potrebbe sopperire all’intero fabbisogno nazionale. Un decimo di quanto ci costa l’importazione.


Ci vediamo costretti a chiudere questo articolo con la domanda con cui l’abbiamo aperto: perché importiamo cannabis?

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